Prato, mister Dal Canto: «Speriamo nel miracolo ripescaggio. Nel calcio conta prendere pochi gol»
Al termine di una battaglia infinita contro il Siena, risolta soltanto nei tempi supplementari dopo un pareggio acciuffato in extremis, il tecnico del Prato Alessandro Dal Canto ha analizzato con la consueta lucidità il passaggio del turno che proietta i lanieri in finale. Una partita tirata, sporca e sofferta, dove il carattere del gruppo è emerso nel momento più critico.
«È stata una partita tirata come avevo detto nel pregara, alla fine credo che la squadra abbia prodotto talmente tanto in occasioni che alla fine ce la siamo meritata. Oggi abbiamo tra virgolette commesso l'errore di non andare in vantaggio noi per le occasioni che abbiamo avuto, non è che abbiamo avuto robe stratosferiche però ne abbiamo avute tante di situazioni per poter sbloccare la partita».
«Di contro, al secondo tiro, dopo l'occasione che hanno avuto nel primo tempo dove abbiamo fatto l'incomprensione e abbiamo lasciato la porta sguarnita, siamo andati sotto e dopo diventa un casino. Perché alla fine io ti posso raccontare tutto quello che mi pare, poi se non pareggiamo con Dorsi all'89º abbiamo perso e ce la incartiamo».
Il mister ha poi voluto sottolineare l’importanza del fattore psicologico, ribadendo come una doccia fredda possa talvolta servire a temprare lo spirito di una squadra che veniva da un lungo periodo di solidità difensiva quasi assoluta.
«Penso che i ragazzi siano stati bravi ed equilibrati. Ci fa bene che andiamo sotto ogni tanto e testiamo anche la reazione che abbiamo. Venivamo da un filotto talmente lungo senza prendere gol che anche non volontariamente la squadra un pochettino perde qualcosa, ma è umano, è normale. Invece penso che alla fine i ragazzi se la siano meritata».
Sulle scelte tattiche e la gestione dei cambi, Dal Canto ha spiegato la necessità di rischiare il tutto per tutto, gestendo però anche le normali frizioni emotive che scaturiscono in partite di questo calibro, specialmente quando si tratta di richiamare in panchina giocatori ancora nel pieno della trans agonistica.
«Ho preferito mettere la terza punta per non dare un messaggio sbagliato dentro il campo. Potevo anche levare Rossetti subito e continuare a doppia punta perché non avevamo la necessità di ribaltarla subito, mancavano ancora 25 minuti abbondanti più recupero. Se giocano tre attaccanti e gli attaccanti corrono, il problema non c'è».
«Che Fiorini non fosse contento del cambio ci può stare, l'importante è che uno non abbia manifestazioni che non vanno bene. Ha fatto il giocatore, anch'io lo so che dà fastidio a uno quando viene levato soprattutto in partite del genere dove vorrebbe finire la gara o comunque stare in campo per dare una mano, però c'è anche la condizione fisica da rispettare. Ho sempre dei cambi ottimi quindi non vedo mai il problema».
Un elogio particolare è andato alla tenuta atletica della squadra, capace di correre per centoventi minuti nonostante qualche acciacco fisico e la pressione di un avversario di altissimo livello che non ha mai smesso di lottare.
«Bizzi stava bene alla fine, non ero preoccupato. Ha preso una mezza stortina domenica scorsa ma non è una cosa che preclude una prestazione. Quando io sono subentrato al Prato ho trovato una squadra sana dal punto di vista fisico, sennò oggi non correrebbe così. La prestazione di così alto livello dal punto di vista fisico la dà anche l'avversario, perché abbiamo trovato un avversario forte come noi».
«I ragazzi stanno bene insieme. Non si sa mai quando sono i gruppi forti che fanno i risultati o sono i risultati che fanno il gruppo forte, facciamo che è una via di mezzo. Abbiamo avuto temuto di non cavare un ragno dal buco perché quando incontri squadre forti può succedere. Dopo l'uno a uno abbiamo avuto occasioni nitide e rischi di pagarle, perché dopo vanno una volta di là, hanno giocatori forti e non sbagliano».
In chiusura, il tecnico ha rivolto un pensiero al pubblico e alle prospettive future della società, tra il sogno della vittoria sul campo e la speranza, più remota, di un ritorno tra i professionisti tramite vie extra-calcistiche.
«Non mi piace neanche lo sport ma il calcio non va per chi produce quanto cosa, va per chi fa gol e chi ne prende meno dell'altro. Se oggi avessero vinto loro, io sarei andato a casa dicendo le stesse parole. Abbiamo un pubblico straordinario, un contesto che ha insegnato qualcosa pure a noi. La gente dimostra un attaccamento alla squadra e un senso d'appartenenza unico».
«Speriamo che succeda qualcosa di bello nella vittoria e poi magari qualcosa di miracoloso in un ripescaggio, ma se non succede è la normalità. In questo momento la gente si identifica nel modo di comportarsi dei giocatori. Di identificarsi nelle vittorie sono buono anche io, ma loro hanno dimostrato che c'è altro a cui attaccarsi. Noi possiamo solo che ringraziarli».