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Orvietana, Biagioli rompe il silenzio: «Accusato di tutto, anche di essere un mafioso. Mettiamoci sul ponte...»

di Mariachiara Amabile

Il presidente dell'Orvietana Calcio, Roberto Biagioli, è intervenuto pubblicamente per fare chiarezza sulle vicende che nelle ultime settimane hanno travolto la società calcistica umbra, scatenando un acceso dibattito sui social network e un'ampia copertura giornalistica locale.

Biagioli, che guida il club dal 2004, aveva inizialmente scelto di non prendere parola. La spirale di attacchi e accuse circolate online lo ha però convinto a rompere il silenzio con un comunicato ufficiale dai toni decisi, in cui ripercorre oltre due decenni di gestione e risponde punto per punto alle contestazioni ricevute.

Nel comunicato, il presidente ricostruisce innanzitutto le condizioni in cui si trovava la società all'epoca del suo arrivo. L'Orvietana aveva attraversato un decennio segnato da instabilità finanziaria: dopo una crisi profonda nel 1996, a inizio millennio il club era nuovamente sull'orlo del fallimento. Fu solo l'intervento di Domenico Pizzardi — scomparso e ricordato con una nota a margine — insieme a Luciano Petrangeli e Alfredo Branca a salvare la società, attraverso il cambio di denominazione e la revisione dello statuto. Biagioli entrò in scena poco dopo, affiancando il presidente Alessandro Paci, con il risanamento dei conti come prima priorità.

Da allora, sostiene, ha sostenuto per 22 anni i costi di gestione quasi in solitaria, senza ricevere un apporto sostanziale da parte di chi oggi lamenta pubblicamente la perdita del club. "Mi domando in che modo abbiano accudito e vegliato sulla stessa, dove fossero tutte le volte in cui urgevano risorse come per iscriversi ad un nuovo campionato o pagare gli stipendi dei giocatori" scrive il dirigente, senza nascondere l'amarezza.

L'ultimo campionato disputato si è concluso al di sotto delle aspettative, generando costi superiori al preventivato e rendendo necessario un riequilibrio dei conti. A pesare, secondo Biagioli, anche la fatica fisica e organizzativa di seguire la squadra su gran parte del territorio del centro Italia. È in questo contesto che matura la sua decisione di cedere le quote societarie, una scelta che ha immediatamente innescato reazioni furiose da più parti.

Tra le critiche più dure, quella di chi ha definito la sua scelta "una scelta cinicamente economica e non di cuore". Biagioli la respinge con fermezza: "Certe cose possono venir pensate solo agli insolenti. Ho rimesso soldi 22 anni, quale motivo potrebbe avermi spinto se non una scelta di cuore?".

Il presidente rimarca che si tratta di quote di una società di capitali di cui ha la piena disponibilità — e che sono le stesse quote che nel tempo lo hanno obbligato a coprire ripetutamente i disavanzi. Alla critica di chi lo ha accusato di voler "scappare con il malloppo", risponde con ironia: "Nessuno ha pensato che, semmai, la fuga più credibile poteva essere lo scappare dalla fila dei creditori".

Il passaggio più delicato del comunicato riguarda le accuse più pesanti, quelle che Biagioli definisce "inaccettabili". Sui social e sulle piattaforme locali di informazione, alcuni utenti lo avrebbero definito "mafioso" e "corruttore", mettendo in correlazione la cessione delle sue quote con l'assegnazione di un appalto pubblico a un'impresa della sua famiglia. La vicenda ha trovato spazio persino nell'apertura di un noto telegiornale locale.

L'appalto in questione, descritto inizialmente come "milionario" e poi ridimensionato progressivamente, riguarda in realtà un intervento urgente di messa in sicurezza di un tratto stradale colpito da una frana nel febbraio scorso, per un importo di circa 130.000 euro. Il lavoro è stato affidato a un'impresa del gruppo familiare, della quale Biagioli precisa di non essere né socio né amministratore, che opera con pubbliche amministrazioni in tutta Italia e vanta un fatturato superiore ai 20 milioni di euro.

Biagioli spiega la procedura seguita dalla Provincia di Terni: "La Provincia, come fa sempre la pubblica amministrazione, davanti ad un'ipotesi di questo tipo, si rivolge alle imprese del territorio, manda un capitolato lavori e chiede un'offerta." L'assegnazione, aggiunge, rispetta il principio di rotazione tra le imprese ed è verificabile. L'offerta non è stata richiesta esclusivamente al Gruppo Biagioli.

Di fronte a quello che considera un attacco alla propria reputazione e a quella di oltre cento lavoratori orvietani impiegati nell'azienda, il presidente annuncia di aver già conferito mandato ai propri legali per portare all'attenzione dei giudici i commenti e le affermazioni che abbiano, a suo giudizio, superato il limite della critica legittima. In caso di risarcimenti, afferma di voler destinare quanto residuerà, dopo le spese legali, "a disposizione dei nuovi profeti del calcio orvietano".

Non risparmia critiche nemmeno agli esponenti politici che si sono espressi sulla vicenda. Biagioli cita espressamente i deputati del Partito Democratico Walter Verini e Anna Ascani, contestando le loro dichiarazioni come "gravi ed erronee" e precisando di aver sempre comunicato attraverso il sito ufficiale della società, senza accordi opachi o alleanze di alcun tipo.

Sul fronte della partecipazione popolare al calcio locale, i dati che il presidente porta a sostegno della sua tesi sono impietosi: nel corso della stagione 2025/26, la media dei paganti nelle partite casalinghe non ha raggiunto le cinquanta unità. Un dato che stride, secondo Biagioli, con il clamore di chi oggi si erge a difensore della squadra cittadina.

Lo stesso presidente ricorda di aver più volte sollecitato pubblicamente la costruzione di una base societaria più solida e di aver auspicato l'unione delle realtà calcistiche presenti in una città di meno di ventimila abitanti. Appelli rimasti inascoltati.

Il comunicato si chiude con una considerazione amara ma, nelle parole di Biagioli, quasi liberatoria. La polemica mediatica, per quanto dolorosa, avrebbe paradossalmente confermato la bontà della sua decisione di farsi da parte: "Ha dimostrato che la mia scelta di passare la mano era giusta". Con una nota di sfida finale, il presidente osserva che molti tra quelli che oggi lo criticano si sono dichiarati più capaci, più appassionati e più onesti di lui — e li invita a dimostrarlo nei fatti: "Mettiamoci sul ponte e aspettiamo tutti cosa accadrà nei prossimi 8030 giorni".


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