Acireale, scalpo di bovino appeso con un cappio davanti all'abitazione del presidente Di Mauro
Nella notte tra il 5 e il 6 aprile, un gesto dai chiari connotati intimidatori ha turbato la quiete di Acireale: uno scalpo, presumibilmente di origine bovina, è stato apposto con un cappio annodato all'esterno dell'abitazione del presidente della SSD Città di Acireale 1946, il dottor Giovanni Di Mauro. La società sportiva ha condannato con fermezza l'accaduto, definendolo un atto vile e mafioso, e ha reso noto che le autorità competenti hanno già avviato le indagini, con i rilievi effettuati dalla sezione Scientifica.
Non si tratta di un episodio isolato. Secondo quanto dichiarato dalla società, quello della notte tra il 5 e il 6 aprile rappresenta solo l'ultimo di una serie di gravi atti persecutori nei confronti del presidente. Poche settimane prima, alcuni tesserati e dirigenti erano stati oggetto di un tentativo di aggressione fisica a bordo del traghetto che riportava la squadra in Sicilia dopo la prima storica vittoria a Reggio Calabria. In settembre, il presidente era già stato aggredito fisicamente. In precedenza, raid notturni avevano interessato la sua abitazione, con il lancio di petardi, immondizia e uova marce. Striscioni con insulti volgari e slogan denigratori hanno accompagnato nel tempo questa escalation, che la società non esita a definire una vera e propria campagna persecutoria.
L'innesco più recente di questa tensione risale alla domenica del 29 marzo, durante la partita casalinga contro il Sambiase. In quell'occasione, un gruppo di tifosi avrebbe organizzato una manifestazione di contestazione, e i vertici della Curva Sud "Passione e Mentalità" avrebbero poi pubblicato sui social, il giorno seguente, una nota volta a rivendicare l'esito dell'iniziativa come un successo, presentandolo come espressione di valori condivisi.
Su questo punto, la società prende posizione in maniera netta. Pur riconoscendo la legittimità del diritto di critica — diritto, si sottolinea, sancito dalla Costituzione italiana — e pur ammettendo che i risultati sportivi degli ultimi diciotto mesi possano giustificare il malcontento di chi si sente tifoso del club, la dirigenza traccia una distinzione netta tra la protesta lecita e ciò che invece è stato messo in atto. Ci si interroga, nel comunicato, su quali siano i valori realmente trasmessi da questo gruppo, quando a fronte di proclami di attaccamento alla maglia si registra, nei fatti, un sistematico rifiuto di sostenere la squadra durante le partite di campionato e, soprattutto, il ricorso a metodi violenti e intimidatori. La società evidenzia come questo gruppo non abbia mai offerto un reale supporto ai giocatori in campo, nemmeno nelle occasioni più significative.
La posizione della società è altrettanto critica nei confronti delle istituzioni cittadine, accusate di non aver mai speso una parola di condanna pubblica di fronte ai ripetuti episodi. Questo silenzio, si legge tra le righe, avrebbe finito per legittimare, anche solo indirettamente, i comportamenti di chi ha agito indisturbato per mesi.
Il dottor Di Mauro, dal canto suo, avrebbe cercato in più occasioni il dialogo, ricevendo però un netto rifiuto e, anzi, un'intensificazione degli atti persecutori. La società sostiene che l'obiettivo reale di questo gruppo non sia mai stato quello di risolvere le divergenze, bensì di costringere la proprietà ad abbandonare Acireale, portando via perfino il titolo sportivo. Un'ambizione, questa, che la dirigenza respinge con decisione, ribadendo l'impegno a proseguire il proprio lavoro fino alla fine della stagione per centrare la salvezza della categoria e tutelare quella parte della tifoseria che continua a seguire la squadra con autentico spirito sportivo.
La società chiude il comunicato con una riflessione più ampia sul ruolo dello sport nella comunità. L'Acireale, si sostiene, non appartiene a nessun gruppo in particolare, ma è patrimonio collettivo di una comunità che vive di orgoglio e senso di appartenenza. Il rischio concreto, si avverte, è che le azioni di questa frangia portino l'intera città verso un anonimato sportivo che non giova a nessuno, men che meno ai giovani e ai bambini che hanno bisogno di esempi positivi e di un ambiente sereno in cui coltivare la passione per il calcio.