Pro Patria, clima rovente: tifosi in rivolta e striscioni contro la società
Mentre negli uffici di via Cà Bianca regna un silenzio quasi surreale, attorno alla Pro Patria infuria una tempesta senza precedenti che sta travolgendo ogni componente del club. La gestione societaria attuale, paragonata polemicamente a una strategia da scacchisti che però continuano a subire scacchi matti su ogni campo, sembra limitarsi a una sterile ordinaria amministrazione. Le recenti apparizioni della squadra sotto gli spalti per scusarsi con i tifosi sono state accolte con una rassegnazione colma di amarezza, così come le conferenze stampa in cui si dichiara di "metterci la faccia" senza che però seguano fatti concreti per risollevare una stagione definita dai più vergognosa.
Il malumore dei sostenitori punta il dito in modo particolare sulle scelte di mercato e sulla costruzione di una rosa che sta deludendo ogni aspettativa. Sotto accusa è finito anche King Udoh, un calciatore che era stato presentato come un colpo quasi irraggiungibile per costi e prestigio, ma che sul campo ha tradito la fiducia riposta in lui. Il dibattito tra i tifosi si divide: c’è chi ritiene che il giocatore non stia rendendo e chi, invece, critica la visione di Sandro Turotti. L'accusa mossa al direttore sportivo è quella di non aver compreso che molti degli elementi esperti portati a Busto Arsizio, come Marano, Palazzi, Schiavone, Giudici, Mora e Masi, hanno già dato il meglio di sé altrove, lasciando alla Pro Patria soltanto il ricordo dei nomi che furono.
Nonostante il clima pesantissimo, non si registrano passi indietro da parte della dirigenza. Turotti appare saldo nella sua posizione, forte di un rinnovo biennale ottenuto nonostante la precedente stagione fosse già stata segnata da risultati deludenti. La sensazione che circola nell'ambiente è che la società non disponga delle risorse economiche necessarie per sollevare dall'incarico il direttore sportivo e ingaggiare un profilo più attento alla sostanza tecnica che ai nomi altisonanti. Questa situazione di stallo alimenta la rabbia che esplode quotidianamente sui social network, dove le uniche voci fuori dal coro vengono liquidate come tentativi maldestri di difendere una gestione ritenuta ormai indifendibile.
Le testimonianze della piazza sono durissime e riflettono un senso di smarrimento profondo. Molti tifosi, tra cui voci storiche come quella di Alessia Azimonti, temono seriamente per la sopravvivenza stessa del club, mentre altri, come Samuele Toia, evidenziano l'assurdità di non aver ancora proceduto all'esonero dell'allenatore dopo una striscia di cinque sconfitte consecutive, caratterizzate da dodici reti subite e appena due realizzate. Il timore espresso da molti è che, in assenza di una proprietà forte in grado di prendere decisioni sensate e senza le dimissioni dei vertici tecnici, il destino della Pro Patria sia ormai segnato verso il baratro.
Un punto di non ritorno sembra essere stato raggiunto anche nel rapporto umano tra squadra e città. Lele Magni, tifoso di lunga data, ha chiesto esplicitamente di porre fine alle sfilate dei giocatori sotto la curva a fine partita, definendo tali gesti come "pagliacciate" ipocrite, con un riferimento particolarmente critico verso alcuni comportamenti dei singoli ritenuti imbarazzanti. Anche Giovanni Pellegatta ha espresso tutto il proprio sdegno, parlando di una storia centenaria infangata e suggerendo di consegnare la società nelle mani del Sindaco per ripartire da zero, pur di non continuare a essere oggetto di scherno a livello nazionale.
La protesta è infine uscita dal mondo virtuale per riversarsi nelle strade. Gli ultras della sezione “United 88” hanno manifestato apertamente il proprio dissenso affiggendo uno striscione inequivocabile ai cancelli dello stadio: un invito perentorio a società, dirigenti e calciatori a lasciare Busto Arsizio se non disposti a lottare per la maglia. La pazienza della piazza è ufficialmente terminata e l'impressione generale è che ormai non bastino più né le scuse pubbliche, né le promesse di imminenti passaggi di proprietà o acquisti sul mercato. Per salvare il salvabile, servirebbe una rivoluzione che al momento non sembra essere all'orizzonte.