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Ballardini e la sua Avellino: il metodo del silenzio che vale oro

di Mariachiara Amabile

Ci sono allenatori che si nutrono di microfoni e telecamere, che costruiscono la propria immagine attraverso le parole prima ancora che i risultati. Davide Ballardini non è tra questi. Perché lui è un uomo che sa distinguere nettamente i momenti della vita, senza mai confonderli.

Quella che potrebbe sembrare una contraddizione è in realtà la cifra più autentica del tecnico di Massa Lombarda. La convivialità della tavola e la sobrietà del campo non si escludono: si completano, rivelando una personalità sfaccettata, impermeabile ai luoghi comuni e difficilmente riducibile a uno schema. Da quando ha accettato la panchina dell'Unione Sportiva Avellino, Ballardini si è ritrovato immerso in un territorio che non conosceva, e che lo ha conquistato con la stessa rapidità con cui lui ha conquistato l'ambiente.

Nella sua prima conferenza stampa in terra irpina, le parole scelte non furono casuali. «Ho capito che l'Avellino è amata non solo dalla città, ma da tutta l'Irpinia. Non so quanti comuni sono, ma parliamo di una grande comunità che vuole bene alla squadra. Questa è una responsabilità che ci onora però la fiducia bisogna meritarsela: noi cercheremo di lavorare con serietà, comportandoci da persone perbene».

Poche frasi, ma sufficienti a sciogliere ogni diffidenza. Il lessico è quello di un uomo abituato a ragionare per concetti essenziali: niente fronzoli, niente promesse eccessive. Solo un patto chiaro, fondato sul rispetto reciproco. Non stupisce che un ambiente diviso e polemico, logorato da risultati deludenti e incomprensioni interne, abbia risposto con sollievo e fiducia crescente.

Il merito principale di Ballardini, in questi mesi in Irpinia, non va cercato nelle sole prestazioni sul campo — pur significative — ma nella capacità di restituire al calcio la sua dimensione più elementare: quella di uno sport, di un gioco, non di una questione esistenziale. In un contesto dove le tensioni erano diventate quasi insostenibili, il tecnico romagnolo ha operato come un ago da sutura, ricucendo pazientemente quello che si era lacerato.

Il suo sguardo imperturbabile è rimasto identico dopo la pesante sconfitta rimediata a Venezia così come dopo le tre vittorie consecutive che ne sono seguite. Le dichiarazioni, fedeli allo stesso registro. Nessun eccesso nelle sconfitte, nessuna euforia nelle vittorie. Un equilibrio che, lungi dall'essere freddezza, rappresenta la forma più alta di rispetto verso i calciatori, la società e i tifosi.

Qualche incrinatura nel muro di compostezza si è vista: la prima vera esultanza liberatoria è esplosa dopo il gol di Iannarilli nel blitz esterno di Mantova, segnale che sotto quella scorza professionale pulsa una passione autentica per questo mestiere.

L'intelligenza tattica di Ballardini si manifesta anche nella gestione della comunicazione. Difficile trovare, tra le sue conferenze stampa, un passaggio strumentalizzabile o una dichiarazione dai toni sopra le righe. Non per calcolo diplomatico, ma per una naturale inclinazione alla sostanza. Dice ciò che pensa, con la precisione di chi non vuole essere frainteso.

Ne è prova il commento secco che seguì all'episodio del rigore fallito da Favilli nella gara contro il Catanzaro: «ci sono gerarchie che vanno rispettate». Una sola frase, inattaccabile nella sua chiarezza.

Allo stesso modo, i complimenti rivolti ai propri calciatori non si limitano mai all'analisi tecnico-tattica. Ballardini scende più in profondità, toccando la sfera umana, rivelando una sensibilità da psicologo oltre che da allenatore. Sa che un gruppo si costruisce prima di tutto sulla fiducia reciproca, e che la cura della persona precede sempre quella del calciatore.

Non a caso, il pronome che preferisce è "noi". Non per falsa modestia, ma perché il collettivo è, nel suo sistema di valori, genuinamente prioritario rispetto all'individuo. Il vice Carlo Regno e il collaboratore Roberto Beni non sono semplici colleghi: sono amici, compagni di una quotidianità condivisa che travalica i confini del lavoro. I tre alloggiano insieme al Bel Sito Hotel, e nei ritagli di tempo esplorano il territorio: qualche giorno fa si sono spinti fino all'altopiano del Laceno, rimasti letteralmente affascinati da quel paesaggio. Il lavoro e la vita, ancora una volta, si separano con nettezza, e in quella separazione si trova il segreto del suo equilibrio.

Il rapporto con il presidente Mario Aiello e con il direttore sportivo Giovanni D'Agostino è ancora in fase di rodaggio, ma la stima reciproca è solida e il confronto quotidiano costruttivo.

Sul futuro si naviga a vista, con la prudenza di chi sa che in questo mestiere le certezze durano il tempo di una stagione. Quel che è certo è che la parola playoff — mai pronunciata pubblicamente da Ballardini — potrebbe smettere di essere un sogno già dall'8 maggio, data in cui potrebbe materializzarsi la qualificazione. Prima, però, tra meno di due ore, c'è il Bari da affrontare: un ostacolo concreto che il tecnico romagnolo preferirà, con ogni probabilità, analizzare guardando ai fatti più che alle suggestioni.

Sul prolungamento del contratto, la riflessione è aperta. Un'eventuale permanenza ad Avellino per altri due anni sembrerebbe avere una sua logica interna: Ballardini è uomo che crede nella costruzione lenta, nella pazienza dei processi. È una lezione che, racconta lui stesso, gli è stata trasmessa dai nonni contadini: ci vuole tempo per vedere crescere una pianta, e bisogna attendere il momento giusto per coglierne i frutti. Andare di fretta, in campagna come nel calcio, è semplicemente controproducente.


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