Il diesse Cavagnis: «Il calcio va riformato, basta club borderline. Vittorie in D? Servono competenze, non solo capitali»
Un anno da "osservatore privilegiato", studiando il calcio in tutte le sue sfaccettature, dai campi della Serie D fino ai palcoscenici della Serie B, passando per il mondo delle giovanili. Alberto Cavagnis, direttore sportivo di grande spessore e profondo conoscitore delle dinamiche calcistiche nazionali, si racconta in esclusiva ai microfoni di NotiziarioCalcio.com.
In una lunga intervista, il direttore ha toccato i nervi scoperti del nostro sistema calcistico: dalla crisi di sostenibilità ai problemi dei settori giovanili, passando per il dispiacere di vedere piazze storiche come Adria scivolare giù, fino alla ricetta per vincere in Serie D.
Dopo un decennio vissuto sempre in prima linea, Cavagnis ha dovuto fisiologicamente tirare il fiato, trasformando però lo stop in un'opportunità di aggiornamento: «Inizialmente, dopo 10 anni consecutivi che lavori, fermarti dispiace – confessa il diesse – Però poi è stata un'annata molto costruttiva perché mi ha permesso di vedere tantissime partite, tantissimi giocatori di varie categorie, dalla D alla Primavera, fino alla serie C e B. Dunque mi ha permesso di ampliare il raggio di conoscenze».
La scelta di rimanere alla finestra non è casuale, ma dettata da una lucida analisi del momento storico: «Oggi, con le problematiche che ci sono in giro di società poco stabili, sempre in situazioni borderline, non è facile trovare società serie come ho avuto la fortuna di avere io in passato. Andare in qualche posto tanto per andare con il rischio di farsi male... meglio aggiornarsi, girare e valutare con calma».
Inevitabile un passaggio sull'Adriese, piazza a cui Cavagnis è rimasto legatissimo e che ha da poco incassato una dolorosa retrocessione: «Il dispiacere è grande. Negli anni in cui sono stato lì, era stato fatto un percorso che poi ha portato alla vittoria dei play-off lo scorso anno. La presidenza di Luciano Scantamburlo è stata molto importante per la città. È chiaro che quando poi vengono a mancare i presupposti, sia di solidità societaria che tecnici, succedono queste cose».
Il discorso scivola poi su un tema cruciale per NotiziarioCalcio.com: perché molti imprenditori investono capitali faraonici in Serie D per poi sbattere contro il "muro" del professionismo? La risposta del Direttore è chiara: la competenza deve viaggiare di pari passo con il portafoglio. «Tanti presidenti hanno una lungimiranza gestionale pazzesca, ma dal punto di vista tecnico bisogna affidarsi a persone che abbiano competenze. Non è facile incastrare tutte le componenti. A Chioggia ho vinto un campionato due anni fa, dopo 50 anni che non lo vincevano, facendo 80 punti a 18 squadre. Perché? Perché avevamo tutte le componenti unite nella maniera giusta: società, area tecnica e squadra. Tante volte manca qualcosa in questo puzzle».
Forte della sua esperienza nei settori giovanili, in particolare nell'Udinese, Cavagnis analizza la crisi dei talenti in Italia: «Manca sicuramente un po' di coraggio, ma manca anche un lavoro legato agli investimenti. Una società deve avere il coraggio di investire sugli allenatori e sulle strutture. La cosa primaria è lavorare sulla territorialità, dare un senso di appartenenza».
Un lavoro che richiede però vocazione: "Un allenatore del settore giovanile deve avere la passione per farlo, non l'ambizione di arrivare subito in alto. Capisco i presidenti: spesso si trovano a gestire situazioni extra-calcistiche che tolgono risorse alle giovanili, che oggi, purtroppo, non sono viste come una priorità perché si è troppo vincolati al risultato della prima squadra".
Il passaggio più forte che effettua il direttore riguarda la tenuta dell'intero sistema calcistico italiano, ormai ostaggio di penalizzazioni, fallimenti e campionati falsati in corsa. Cavagnis non usa mezzi termini e invoca una riforma drastica: «L'aspetto fondamentale è la sostenibilità. Dobbiamo rendere il mondo del calcio nuovamente credibile. Non è possibile che ogni anno ci siano squadre penalizzate o che non riescono ad arrivare alla fine. Bisogna arrivare a una decisione drastica: il calcio, per essere sostenibile, non può avere 100 squadre professionistiche? Ne deve avere 60? E ne avremo 60. Non dobbiamo più leggere nei giornali di squadre penalizzate o di presidenti senza fondi. Se non si ha la possibilità di sostenere una categoria professionistica, si fa una categoria diversa. Non si può fare il passo più lungo della gamba, perché poi si danneggia tutto il sistema».
L'identikit per il ritorno in pista di Alberto Cavagnis è tracciato. Nessuna preclusione di categoria, ma una sola, grande, condizione: «Ho sempre vissuto il calcio in primis con tantissima passione. A me basta trovare un ambiente sano e sostenibile dove poter lavorare. Questa è la cosa più importante. Poi non ha importanza la categoria o l'obiettivo. Ci si deve sempre mettere in gioco, non conta niente quello che è stato fatto prima, il giorno dopo è già dimenticato».
Il mercato direttori è già nel vivo. E un profilo con le idee così chiare, in un calcio che naviga a vista, non resterà ai box ancora per molto.