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Il capolavoro di Ionta: «Riportare il Venafro in D è un orgoglio. La pressione? È non poter sfamare i figli, io alleno con felicità»

di Marco Pompeo

Un capolavoro sportivo in piena regola, firmato da uno degli allenatori emergenti più interessanti del panorama dilettantistico. Domenico Ionta, classe 1991, originario del sud pontino, ha appena scritto una pagina indelebile della storia del Venafro, riportando la blasonata piazza molisana nel "calcio che conta": la Serie D.

Chiamato nell'estate del 2025 per raccogliere un'eredità pesante – quella dell'esperto Corrado Urbano – Ionta ha affrontato la sua prima avventura fuori dai confini laziali con la maturità di un veterano e l'entusiasmo di un ragazzino. Alle spalle, una gavetta vera: la vittoria in Prima Categoria e l'ottima annata in Promozione con il SS Cosma e Damiano, seguite dalla miracolosa salvezza in Eccellenza alla guida del Real Cassino (ai danni del Nuova Florida). Un bagaglio che si è rivelato fondamentale per dominare l'Eccellenza molisana 2025/2026. Una stagione trionfale, impreziosita lo scorso febbraio dalla conquista della Coppa Italia Dilettanti Molise superando in finale l'Olympia Agnonese, e culminata ora con la vittoria del campionato.

Raggiunto in esclusiva dai microfoni di NotiziarioCalcio.com, mister Ionta ha ripercorso le tappe di questa cavalcata, svelando i segreti del suo Venafro e la sua filosofia calcistica e umana.

Arrivare in una piazza ambiziosa e imporre le proprie idee richiede tempo, ma il gruppo bianconero ha risposto subito presente. "Sia lo staff che i giocatori vivono sì di parte tecnica, ma si vive anche di sensazioni, di emozioni e di quello che si nota a occhio nudo – spiega Ionta –. Già dalle prime uscite abbiamo capito subito di poter essere una squadra importante. Se devo dire una data esatta, già dopo la quarta partita di campionato si intravedeva una squadra solida e con voglia di emergere. Lì abbiamo intuito di poter puntare al titolo".

Sostituire un decano della panchina a soli 34 anni in una squadra costruita per vincere avrebbe fatto tremare i polsi a molti. Ma la visione del giovane tecnico pontino va ben oltre il rettangolo verde: "Io il calcio lo vivo con grosso entusiasmo e grossa felicità. La pressione, intesa come paura di fallire, non ce l'ho mai. Vedere una 'creatura-squadra' crescere ti dà grande soddisfazione. A un vostro collega ho detto una cosa: la pressione ce l'ha veramente qualche genitore in Africa che non può dare da mangiare ai propri figli. La nostra è stata solo la grossa felicità di poter iniziare un percorso del genere e portare in campo le nostre idee. Quindi pressione no, grosso entusiasmo sì".


Il trionfo in Molise affonda le radici nella dura gavetta fatta nel Lazio, un campionato notoriamente spigoloso. "Quella laziale è stata una vera e propria 'palestra' durata sette anni, partendo dalla Terza Categoria per arrivare all'Eccellenza, un torneo dove c'è grandissimo equilibrio. A Cassino abbiamo vissuto difficoltà estreme per salvarci, e questo ti fortifica nel modo di gestire, di comunicare e di preparare le partite. Ci ha resi migliori come staff".
Un'esperienza riversata sul Venafro di quest'anno, costruito miscelando giovani di grande prospettiva e senatori del calibro di capitan Marotta: "Avere tanti giovani è anche frutto della regola degli under, ma per me un giocatore, se è forte, è forte a qualsiasi età. L'esperienza ti dà qualcosa in più, ma la gestione del grande e del piccolo alla fine è la stessa. Trattiamo tutti allo stesso modo e diamo a tutti la stessa importanza. È stato molto più semplice di quanto si possa pensare".


Oltre al campionato, il Venafro si è fatto onore anche nella fase nazionale della Coppa Italia Dilettanti, fermandosi solo ai quarti contro la Boreale (ko a Roma, pari in casa). Un impegno che non ha tolto energie, ma ha regalato certezze: "Uscire con la Boreale, che poi è andata fuori ai rigori col lanciatissimo Bisceglie, ci ha dato grossa consapevolezza. Magari ci ha tolto qualche energia fisica in un momento in cui avevamo gli scontri diretti in campionato con Agnonese e Isernia, avendo una rosa un po' corta, ma ci ha dato molta forza facendoci capire chi eravamo diventati".

Ora, con la Serie D in tasca e la conferma da parte della società, è tempo di programmare il futuro nel palcoscenico interregionale: "Dalla prossima settimana inizieremo in maniera fattiva. La priorità è abbassare la percentuale d'errore e allestire il tutto in funzione della dimensione che avremo. L'intenzione è quella di mantenere il blocco forte dello scorso anno, senza tarpare le ali a chi dovesse ricevere offerte importanti, per poi completare la rosa nel modo corretto".


Il salto in Interregionale è l'ennesimo gradino scalato da un tecnico che non ha intenzione di fermarsi: "L'orgoglio è tanto. Scalare le categorie non è solo una questione materiale, ma è lavorare, provare, sbagliare, riconoscere l'errore e migliorarsi. Cosa mi aspetto dalla Serie D? L'affronto con grossa ambizione. E, paradossalmente, mi aspetto di fare qualche errore in più: questo mi permetterà di riconoscerlo nuovamente, come accadeva sette anni fa in Terza Categoria, e cercare di essere un allenatore migliore. L'obiettivo non è solo salire di categoria, ma capire fino in fondo cosa si può diventare".


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