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Zappi lascia la presidenza dell'AIA: «La giustizia non è di questo mondo»

di Andrea Villa

Antonio Zappi non potrà più esercitare le funzioni di presidente dell'Associazione Italiana Arbitri. Le Sezioni Unite del Collegio di Garanzia dello Sport presso il CONI hanno confermato l'inibizione di 13 mesi a suo carico, rendendo definitiva una decisione che lo allontana dalla guida dell'organismo arbitrale italiano. A seguire la sentenza, Zappi ha scelto di rivolgersi direttamente agli associati dell'AIA attraverso una lettera aperta, in cui alterna toni malinconici a rivendicazioni nette, gratitudine a critiche velate verso chi, a suo dire, non ha compreso l'essenza della sua azione dirigenziale.

«Scrivo queste righe con un peso nel cuore difficile da esprimere. Lascio il mio incarico con malinconia, ma anche con profondo rispetto per ciò che questa esperienza ha rappresentato nella mia vita, e con sincera gratitudine», scrive Zappi in apertura del suo messaggio. Un esordio che fissa subito il registro emotivo della lettera: quello di chi si congeda controvoglia, convinto di aver operato nel giusto.

Nei confronti dei giudici che hanno confermato la sua inibizione, il presidente uscente non nasconde la propria distanza. «Un pensiero va anche ai loro: a coloro che, nella ricerca della verità e della giustizia, purtroppo non sono riusciti a trovarle», scrive, aggiungendo con tono ironico: «Evidentemente, parafrasando ironicamente un passaggio evangelico, la giustizia non è di questo mondo». Pur precisando che «le decisioni giudiziarie però si rispettano», Zappi affida la propria riabilitazione morale al giudizio di chi lo conosce: «Scelgo di affidarmi ai numerosi attestati di stima e solidarietà ricevuti in questi mesi e in queste ore, che per me rappresentano una chiara assoluzione sul piano umano e morale. Perché chi conosce davvero questa vicenda sa bene cosa è realmente accaduto e comprende quanto essa sia inserita in un contesto ben più ampio e complesso».

Al netto delle polemiche, Zappi non rinuncia a tracciare un bilancio di quanto realizzato alla guida dell'AIA. Tre i punti che rivendica con maggiore orgoglio.

Il primo riguarda la qualità degli Organi Tecnici nominati durante il suo mandato, definiti «di altissimo profilo, dotati di competenze e credibilità riconosciute anche a livello internazionale». Il secondo tocca un tema di rilevanza istituzionale: il rafforzamento delle tutele normative contro la violenza ai danni dei giovani arbitri, un impegno che avrebbe contribuito alla modifica del Codice Penale. «Con l'auspicio che tale norma trovi sempre più concreta applicazione», scrive Zappi. Il terzo punto è di natura economica: il presidente uscente sottolinea «uno storico e significativo contenimento dei costi di gestione delle designazioni arbitrali», riconosciuto — a suo dire — dallo stesso Consiglio Federale della FIGC, e il rispetto di un budget 2025 «assegnato e fortemente ridotto, ottenuto attraverso una gestione attenta, responsabile ed efficiente, nonostante le ingiuste e infondate accuse mediatiche e, purtroppo, anche istituzionali».

Più sofferta è la riflessione sul terreno in cui Zappi ammette di non essere riuscito a lasciare il segno: una riforma tecnica e associativa che avrebbe dovuto portare alla progressiva professionalizzazione degli arbitri di vertice e a una ridefinizione dei percorsi per quelli di base. «Non per mancanza di progetti e volontà», precisa, scaricando le responsabilità su dinamiche esterne: «ogni cambiamento che si pretendeva di imporre non rispettava la storia e i valori dell'Associazione». E aggiunge: «Una riforma autentica, in particolare per il livello di vertice, può nascere solo nel rispetto dell'autonomia tecnica dell'AIA e mai contro gli arbitri».

È in questo passaggio che emerge con maggiore nitidezza la sua lettura del conflitto che ha caratterizzato il suo mandato. Zappi si descrive come un difensore della meritocrazia tecnica contro le ingerenze politiche, salvo poi essere frainteso e assimilato a quelle stesse logiche: «Il contesto in cui ho operato ha finito per confondere il medico con la malattia: chi cercava di difendere la meritocrazia tecnica dall'ingerenza politica è stato invece interpretato come parte di quelle stesse logiche che intendeva contrastare». Una critica implicita, ma trasparente, a chi — senza essere sufficientemente informato — avrebbe equiparato scelte dirigenziali motivate dalla qualità tecnica a operazioni di mero scambio politico.

Nonostante il tono a tratti polemico, la lettera si chiude in un registro più personale e commosso. Zappi ringrazia il suo Comitato Nazionale, i colleghi e tutti coloro che hanno condiviso con lui «responsabilità, sacrifici e soddisfazioni», riconoscendo che «senza di loro, nulla sarebbe stato lo stesso». Un pensiero speciale è riservato ai giovani arbitri, «che ho sempre amato e che ho posto da sempre al centro della mia azione dirigenziale», e che nelle difficoltà degli ultimi mesi si sono fatti vicini con messaggi di supporto. «Ho imparato che, nei momenti in cui si spegne la luce, un "come stai" vale molto più di qualsiasi retribuzione», scrive.

Non dimentica neppure i più anziani, i «saggi» dell'AIA, alcuni dei quali avrebbero difeso la sua posizione «sfidando anche reprimende e avversità». E in questa esperienza difficile individua una lezione di vita: «la resilienza nelle difficoltà e l'importanza delle relazioni autentiche. Perché, alla fine, sono sempre le persone a fare la differenza».

Nella parte conclusiva della lettera, Zappi affida la gestione dell'AIA ai due vicepresidenti. Francesco Massini, vicepresidente vicario, viene descritto come «timoniere sicuro nella tempesta, ogni giorno al mio fianco e sostegno incrollabile di un'AIA in difficoltà». Michele Affinito, altro vicepresidente, viene definito insieme a Massini «un faro nel mare agitato». A loro, insieme all'intero Comitato Nazionale — «dolce nei gesti e roccioso nell'anima» — spetta ora il compito di prendere atto della definitività del provvedimento sportivo.

L'ultimo passaggio della lettera lascia però intendere che questa non sia necessariamente una parola definitiva: «non escludo un ritorno», scrive Zappi, citando con eleganza chi prima di lui aveva usato una formula simile.

Un congedo, dunque, che assomiglia più a una sospensione che a una chiusura. Con la promessa — o l'avvertimento — di nuove sfide da affrontare «con curiosità e determinazione».


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