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La proposta arriva da un ex Serie D: «La ginga come medicina per il calcio italiano»

di Nicolas Lopez

Duecento gol in vent'anni di carriera, quasi tutti tra la quarta serie e l'Interregionale. Punizioni con traiettorie impossibili, giocate d'autore, una tecnica sopraffina maturata sul campo e affinata studiando i più grandi. Massimiliano Sambugaro, 54 anni, nato a Romano d'Ezzelino, è uno di quegli uomini di calcio che il grande pubblico non conosce, ma che chi frequenta i campi della provincia veneta non dimentica. Dopo aver indossato le maglie di Bassano, Giorgione di Castelfranco, Sambonifacese e Feltrese, oggi allena i giovani talenti della Primavera del Vicenza, ruolo che ha ricoperto in precedenza anche al Cittadella per cinque anni. Un percorso lungo, coerente, radicato nel territorio.

Il punto di partenza del pensiero calcistico di Sambugaro - spiegato in una lunga intervista concessa al Corriere Veneto -  è la ginga, concetto mutuato dalla capoeira brasiliana — arte marziale che fonde lotta, danza e musica — e applicato al gioco del pallone. Si tratta di quel dondolio fluido, quel movimento di base che caratterizzò campioni come Pelé e, in forma spettacolare, Ronaldo il Fenomeno, capace di rimbambire il portiere Marchegiani con una triplice bicicletta nel 3-0 alla Lazio in finale di Coppa Uefa del 1998.

Sambugaro non ha scoperto la ginga sui libri. L'ha assorbita da Djalma Santos, bicampione del mondo con il Brasile, arrivato a Bassano sotto il Grappa su chiamata di Chinesinho — mezzala della Juventus passata al Vicenza nel 1968 e rimasta poi come allenatore ai biancorossi — e lì rimasto come maestro tecnico per i giovani locali. È in quella scuola informale che il talentino Sambugaro, nel 1990 in prova al Torino, aveva già formato il suo destro.

Il passaggio tra la carriera da giocatore e quella da formatore ha trovato un canale inatteso nei social network. Un video in cui Sambugaro palleggia scalando il Monte Grappa — una scommessa con gli amici partita dal cancello di casa — spopola su Facebook nei suoi anni ancora relativamente innocenti. Poi sfida Messi a segnare su calcio d'angolo. Il video rimbalza di like in like fino ad Adidas, che gli recapita una telefonata: il 21 novembre 2017, vigilia di Juventus-Barcellona in Champions League, viene invitato allo Stadium. "Il 21 novembre c'è Juve-Barça di Champions. Fatti trovare al cancello A dello Stadium alle 7 di sera del 20. Dopo la rifinitura ti portiamo Messi". L'incontro avviene davvero. Racconta Sambugaro che Messi gli dice: "Placer de conocerte, video fenomenal". Poi un filmato insieme.

Nel frattempo, dal 2011, per cinque anni il camp estivo di tecnica a Tonezza registra il tutto esaurito di ragazzini. Oggi prosegue con video dedicati ai fondamentali — stop, passaggio, tiro — seguiti in rete da appassionati e addetti ai lavori.

La lista dei professionisti che hanno lavorato con lui negli anni è significativa: Nicolussi Caviglia del Parma sulla tecnica generale, Simone Branca del Cittadella e Rosafio — ora in Serie C alla Ternana — sulle punizioni, Tommaso Mancini della Juventus, Filippo Alessio del Vicenza. E poi Elena Linari, capitana della nazionale femminile, oggi in Premier League. Durante il Covid, Linari lo cerca sul telefono: "Mi ha chiesto di insegnarle a calciare e sono andato a Brescia, a Nuvolera. Da Coverciano mi mandava i suoi video: va bene così mister?" Infine Martina Battocchio, Juventus e nazionale under 16, autrice di due gol contro il Galles, originaria come lui di Romano d'Ezzelino.

Interpellato sulla crisi tecnica del calcio italiano — fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva — Sambugaro non usa giri di parole. "Sì, perché ormai siamo a un livello molto basso e ci servono idee nuove, che spesso vengono dall'estero. Dico ginga perché abbiamo bisogno di un calcio diverso, di evolvere, di non avere più il solito calcio all'italiana dove si fa a scacchi, senza idea di gioco ottimista, vedi Psg-Bayer dell'altra sera".

La proposta è concreta: affidare alla federazione il ruolo di costruire e istituzionalizzare la figura del maestro di tecnica. "Bisogna che la federazione si affidi ad ex calciatori, gente vera, costruendo e definendo il contorno del maestro di tecnica." E qui emerge una lacuna normativa che lui considera emblematica: "Non esiste quel patentino. Io ho quello Uefa B, da allenatore. Perché, come per il patentino di allenatore dei portieri, non si crea quello di maestro della tecnica e lo si rende obbligatorio in ogni settore giovanile? Calcio delle punizioni, controllo orientato, dribbling...".

Il problema, secondo Sambugaro, è anche strutturale. I settori giovanili non sono concepiti a misura di bambino, la selezione avviene troppo presto, i procuratori filtrano prima ancora che il talento possa emergere. "Diventare giocatore di calcio, oggi, è molto difficile. C'è il filtro dei procuratori e di una selezione che arriva troppo presto. In generale, c'è che il settore giovanile non è a misura di bambino." E ancora: "Siccome questo non c'è, si perdono praticanti e potenziali talenti. Succede anche perché nei settori giovanili ci sono figure che non sono esperte di calcio: l'ex giocatore sa riconoscere un talento molto meglio di un diplomato Isef".

C'è poi la questione degli spazi. Sambugaro guarda con preoccupazione alla scomparsa dei luoghi informali di gioco — i campetti, gli oratori — e alla riduzione della pratica spontanea. "Perché non c'è entusiasmo. [...] I giovani, italiani in particolare, guardano ad altri sport e noi lo vediamo bene." Ma la soluzione non è, secondo lui, una semplice nostalgia: "Messa così direi di no. Secondo me si può ricreare l'oratorio, il campetto, ma in un'altra dimensione".

Quella dimensione è la scuola. "I pomeriggi di scuola vanno puntati sugli sport. Ragionerei sulla possibilità di ristrutturare le scuole sugli sport, prendendo qualcosa dagli Stati Uniti. Per basket, calcio, volley e altro dovrebbe essere ricreata una 'situazione da campetto dell'oratorio' in cui i ragazzi riescano ad esprimersi, con l'aiuto del maestro di tecnica, che deve essere nelle scuole. Allora avremo un Paese che punta agli sport e, nel caso del calcio, punterà a tornare al livello che non ha più".

Il nodo è semplice quanto trascurato: "Perché, altrimenti, dove giocano bambini e ragazzi? Non hanno la possibilità di giocare ed è solo giocando che si diventa bravi. Se giochi solo le tre, quattro volte in cui ti alleni con la squadra e in più trovi gente che non capisce di calcio e ti fa fare solo possessi è impossibile diventare bravi".

Sul tema della panchina della nazionale, Sambugaro esclude con nettezza i nomi più ricorrenti nel dibattito pubblico. "Conte e Allegri li abbiamo già visti nelle loro idee di calcio e non è quello che ci serve per evolvere. Si tornerebbe a fare le solite cose, mentre bisogna voltare pagina, se non con la ginga con qualcosa di nuovo, che venga da fuori".

I nomi che propone sono Cesc Fabregas e Pep Guardiola. La motivazione per Fabregas è articolata: "Ha esperienza enorme, campione del mondo, ha vinto la Champions, ha giocato in Premier e in Spagna, con il Como ha dimostrato di voler giocare un calcio bello e propositivo, all'inizio criticato dai tanti Soloni che oggi tacciono. Ha vinto il campionato di B, in A ha fatto bene al primo anno e ora lotta per i posti in Europa. Potrebbe essere l'allenatore che alza le competenze dei giocatori italiani, chiaramente dandogli tempo di lavorare." Quanto tempo? "Qui si parla di anni".

Sambugaro cita Alessandro Del Piero, secondo cui l'Italia era forte e ora non è più prima, seconda e nemmeno terza, per concludere che serve umiltà per imparare da chi all'estero ha fatto meglio. Ma sull'effettiva volontà di cambiamento nutre dubbi profondi. "Purtroppo no. Vorrei un calciatore, Albertini, alla presidenza della Figc e non credo succederà. Non penso che avremo il coraggio del Brasile, che, come ct, ha preso uno straniero: Ancelotti, un italiano".

C'è infine una lettura generazionale che completa il quadro. "I nostri ragazzi sono cambiati. Ora hanno geni marocchini, algerini, asiatici, albanesi, nigeriani... Con la genetica cambia anche l'idea di calcio, per questo il 'calcio italiano' non c'è più. I ragazzini coi piedi buoni vogliono fare i numeri, come Jamal. Vogliono un calcio propositivo." Come la ginga, appunto.


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