«Io, calciatore bisessuale ho rischiato di morire». La storia choc che arriva dai Dilettanti
C'è una storia che arriva da lontano, molto più lontano di quanto la classifica di un campionato dilettantistico possa far intuire. È la storia di Evans Ogbajie, 26 anni, attaccante del Silva Marano, squadra di Seconda Categoria della provincia di Vicenza. Un ragazzo che prima di indossare una maglia da calciatore in Italia ha attraversato il deserto, la Libia e il Mar Mediterraneo su un gommone partito con 120 persone a bordo, approdato a Lampedusa con soli 76 superstiti.
La sua vicenda inizia ad Abia State, in Nigeria, dove Evans cresce in una famiglia numerosa — nove persone in una casa con due stanze. I ricordi dell'infanzia sono divisi: da un lato la passione per il calcio, dall'altro la violenza di un padre che non accettava i comportamenti del figlio, ritenuti troppo effeminati. «Mi bruciava le scarpe da calcio perché diceva che le femmine non giocano», racconta Evans in una intervista rilasciata alla collega Federica Gabrieli del Corriere del Veneto.
Quella discriminazione, spiega, era qualcosa che faticava a comprendere da bambino. «Da piccolo non capivo bene la differenza delle persone attorno a me che avevano già compreso e mi facevano pesare con parole e comportamenti». A dieci anni perde la madre, e da quel momento si trova ancora più solo. «In casa ero sempre più solo».
La rottura definitiva con la famiglia avviene a 13 anni, nel cuore della notte. Suo padre lo aggredisce fisicamente, ed Evans scappa di casa. Comincia così una vita per strada, fatta di lavori in nero nei cantieri e di una sopravvivenza giorno per giorno. «Dormivo fuori e facevo lavori in nero nei cantieri o dove trovavo qualcosa».
A 16 anni la consapevolezza di dover lasciare la Nigeria diventa urgente. In quel paese, come Evans ricorda con parole dirette, «se sei omosessuale o bisessuale puoi finire in prigione o morire». La Libia viene percepita come corridoio verso l'Italia, e con i soldi messi da parte lavorando, Evans paga i trafficanti e si mette in viaggio.
Il viaggio è brutale. Una settimana nel deserto senza acqua. All'arrivo in Libia, il gruppo viene abbandonato in un parcheggio. Evans dorme per strada, vive nella paura costante. «Sentivo di persone rapite e vendute». Trova lavoro in un autolavaggio grazie a due fratelli libici che lo aiutano, e per un anno quella diventa la sua base. «Lavoravo quasi tutto il giorno ma almeno avevo un tetto».
Poi la traversata. Centoventuno persone su un gommone. Quattro giorni di navigazione. «Ho visto morire persone di fame e di sete e bambini annegati». Quando il gommone raggiunge Lampedusa, i superstiti sono 76. «È arrivato un elicottero. Quando ho visto quella luce ho iniziato a piangere. Lanciavano corde e giubbotti salvagente. Io mi sono aggrappato con tutte le forze. Se fossimo rimasti lì ancora un po' saremmo morti tutti».
Lo stesso giorno dello sbarco, Evans viene trasferito in un centro di accoglienza a Mogliano Veneto. La prima cosa che fa è cercare una squadra di calcio. Trova l'Union Pro, che lo accoglie senza nemmeno chiedergli di portare le scarpe. «Non avevo nemmeno gli scarpini, me li hanno dati loro».
Da quel momento il calcio diventa il filo conduttore di una nuova vita. Evans gioca con Ponzano, Zero Branco, Usma Padova, poi Valdagno e infine Silva Marano. «Il calcio mi ha dato dignità, amici, lavoro e famiglia». La risposta alla domanda se il calcio sia la sua salvezza è netta: «Assolutamente sì. Da lì è ripartita la mia vita».
La nuova vita, però, non è priva di ombre. Anche in Italia Evans ha dovuto fare i conti con episodi di discriminazione legati alla sua bisessualità. «Ho perso tanti amici. Sono spariti quando ho detto loro di essere bisessuale. Questo mi ha fatto male. Sapere che qualcuno si allontana solo per questo ti lascia molta tristezza dentro».
Oggi Evans dice di gestire quella tristezza meglio di prima. E intorno a lui, sul campo e fuori, ci sono persone che lo accettano per quello che è. «Oggi riesco a gestirla meglio e per fortuna tante persone mi vogliono bene per quello che sono».