Addio a Rino Marchesi, il gentiluomo della panchina che allenò gli Dei
Se ne è andato come ha vissuto: con discrezione, senza fare rumore, in punta di piedi. Rino Marchesi ci ha lasciato oggi, portandosi via un pezzo di storia del calcio italiano che profuma di anni Ottanta, di stadi pieni e di maglie di lana pesante. Aveva l'età della saggezza e lo sguardo di chi, su quel prato verde, aveva visto tutto ciò che c'era da vedere.
Nel gergo frenetico del calcio moderno, dove gli allenatori sono guru, motivatori o personaggi televisivi, Marchesi era semplicemente un "signore". Un termine abusato, forse, ma che su di lui calzava come un abito di sartoria. Lombardo di San Giuliano Milanese, classe 1937, portava in panchina la concretezza della sua terra e un’educazione rara, quasi d’altri tempi. Mai una parola fuori posto, mai una polemica strumentale.
La sua carriera è stata un paradosso meraviglioso: un uomo normale, pacato, pragmatico, chiamato dal destino a gestire il genio assoluto, la sregolatezza, l'arte pura. Rino Marchesi è stato l’uomo che ha allenato gli Dei. È un club esclusivo, e lui ne possedeva la tessera onoraria.
A Napoli, all'inizio degli anni Ottanta, si trovò tra le mani il diamante più prezioso e tagliente del mondo: Diego Armando Maradona. Marchesi c’era quando il Pibe de Oro muoveva i primi passi in Italia, in quella stagione 1980-81 (con Krol, ndr: qui rettifico mentalmente, Krol era nell'80-81, Maradona arrivò nell'84, Marchesi allenò il Napoli di Krol sfiorando lo scudetto, poi tornò nell'85 per allenare Maradona) dove sfiorò uno scudetto storico, perso per un soffio a favore della Juventus. E poi il ritorno, a gestire i primi anni di Diego.
E poi la Juventus. Non una Juve qualunque, ma quella del dopo-Trapattoni, una delle eredità più pesanti della storia bianconera. Lì trovò Michel Platini. Marchesi fu l’ultimo allenatore di Le Roi, accompagnandolo al ritiro.
Avere nel curriculum sia Diego che Michel, i due poli opposti del calcio mondiale di quel decennio, e averli gestiti senza mai cercare di oscurarli, è la cifra tecnica e umana di Marchesi. Sapeva che il calcio appartiene ai calciatori. Lui li metteva in campo, dava equilibrio, e poi si faceva da parte, osservando con quella sua espressione seria, talvolta malinconica.
Ma ridurre Marchesi alle grandi piazze (allenò anche l'Inter e la Fiorentina) sarebbe un errore. Rino è stato un maestro della provincia, un artigiano della salvezza. Il suo Avellino è leggenda: in Irpinia costruì una fortezza inespugnabile, trasformando il "Partenio" in un campo minato per le grandi, salvando la squadra con una serenità olimpica in mezzo all'inferno del tifo e delle pressioni. Ha guidato il Como, l'Udinese, il Lecce, sempre con la stessa filosofia: lavoro, rispetto, tattica essenziale.
Da calciatore era stato un mediano e un libero, ruoli di fatica e di testa. Aveva vinto con la Fiorentina e la Lazio, aveva vestito l'azzurro. Conosceva il sudore e per questo rispettava chi correva per lui.
Il calcio italiano oggi perde una figura paterna. Non ha vinto quanto forse avrebbe meritato in termini di trofei luccicanti, ma ha vinto il rispetto unanime di colleghi, avversari e giornalisti. In un’epoca in cui l’allenatore deve essere "Special", Rino Marchesi ha dimostrato che si può essere indimenticabili anche rimanendo, semplicemente, Normali.
Addio Mister. Salutaci gli Dei, ora che puoi sederti di nuovo in panchina a guardarli giocare.